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Per favore, un po' di Dio

Alberto Amadio

Non è bello chiedere l’elemosina: il povero tende la mano, pronta ad accogliere pochi spiccioli, ma ciò che gli starebbe veramente a cuore non è il panino che si potrà comprare, bensì un mutamento radicale della propria condizione. Il disoccupato si dichiara disposto a svolgere le mansioni più umili, quando invece sognerebbe un impiego stabile, adatto alle proprie doti professionali. L’innamorato implora la sua amica di prendere un caffè con lui, anche solo per cinque minuti; in realtà conterebbe di poterla avere per sempre al suo fianco. Nessuno si accontenta di un minimo di felicità: la desideriamo intera, perfetta; siamo stati creati per cose grandi. È conveniente, in cambio di un’effimera gioia, umiliare e svilire sé stessi di fronte ad altri “comuni mortali” come noi?

Giacomo Leopardi, ne La ginestra (vv. 167-185), riflette sulle stelle, che a noi paiono punti luminosi; al contrario, sono immense: è la Terra che, in confronto a esse, assume le sembianze di un puntino. E le più grandi opere dell’ingegno umano? Invisibili, insignificanti se contemplate dall’universo infinito! Mai, dunque, mostrarsi servili innanzi agli uomini! Soltanto per ottenere l’aiuto di Dio possiamo – anzi, dovremmo – elemosinare, come la donna cananea che supplica Gesù paragonandosi a quei cagnolini che bramano anche soltanto le briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni. Ed Egli, commosso da una fede così grande, la esaudisce (Mt 15, 25-28).

Era la sera di Natale, narra Dino Buzzati (1906-1972) in un suo racconto. Tutti stavano insieme a far festa, mentre l’Arcivescovo si ritirò in preghiera nella cattedrale. Quel luogo era “pieno di Dio”: vi regnava una pace sovrana, che dai marmi, dalle austere cappelle e sculture antiche, effondeva una profonda serenità. Don Valentino stava allestendo i preparativi per la veglia del Vescovo. Si presentò un tale a mendicare “un po’ di Dio”, una parte anche esigua di quella beatitudine. Il prete lo congedò; all’improvviso il Duomo si ridusse “senza Dio”: una chiesa buia, fredda, tetra. Egli allora uscì disperato, ansioso di recuperare quella pace divina, perduta in seguito alla mancanza commessa. Si fermò a contemplare Dio nella gioiosa armonia di una famiglia riunita a tavola e pregò che gliene concedessero un poco. Glielo negarono. Subito la tranquillità abbandonò quella casa. Don Valentino camminò allora fino agli estremi confini di una vasta campagna, dove un contadino ammirava soddisfatto il copioso raccolto di fine anno. Lo esortò a condividere con lui un po’ di quel Dio, di quella quiete così appagante. Altro diniego. Altra fuga dello Spirito divino. Alla fine il sacerdote Lo ritrovò nella medesima cattedrale da cui egli stesso Lo aveva respinto allontanando il povero. Dio era tornato presso l’unico uomo che lo avesse accolto: l’Arcivescovo, il quale diede il benvenuto al suo ministro Valentino e gli chiese dove mai si fosse cacciato per tutto quel tempo.

Riferisco le frasi, infelici, di due professoresse, peraltro competenti e stimate. - Quest’anno, per il progetto di Musica, vorrei scegliere nuove canzoni natalizie; non, per intenderci, il solito Natale di Gesù Bambino! (E di chi altri sarà mai il Natale, ossia la nascita, che celebriamo?).

- Noi insegnanti di sostegno veniamo interpellate soltanto quando occorre preparare l’albero di Natale e il Presepe? No, grazie, arrangiatevi da soli!

Forse sarebbe il caso che anche noi chiedessimo in dono, per questo Natale, un po’... di Dio!


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