Anno 138 - Giugno 2026Scopri di più
La grammatica degli animali
Silvia Destro

Era la nostra prima seduta. Nell’aprire la porta ebbi un attimo di sorpresa: non era solo. Accanto a lui c’era Scheggia, il suo bastardino. Me ne aveva parlato al telefono, quasi di sfuggita, ma non avevo immaginato che lo avrebbe portato con sé. Per un istante restammo tutti e tre sulla soglia, poi entrammo. Scheggia si guardò attorno, fece pochi passi e si sistemò vicino al suo padrone, come se sapesse già dove stare. Non cercò attenzione, non disturbò, non invase lo spazio. Rimase lì. Il suo padrone iniziò a parlare. Cercava un ordine possibile per raccontarsi, una forma abbastanza sicura per consegnare a un altro pezzi di sé ancora poco nominabili. Alcune parole scorrevano più facilmente, altre sembravano fermarsi appena prima di uscire e ogni volta che il discorso si faceva più incerto, Scheggia si muoveva appena: sollevava il muso, si avvicinava di poco, poi tornava a posarsi, calmo, ai suoi piedi. Era come se cogliesse non tanto le parole, quanto la loro temperatura; non il contenuto del racconto, ma il punto in cui quel racconto tremava. In quella scena si poteva intravedere qualcosa di essenziale del rapporto tra animale e umano: la capacità di stare accanto a ciò…
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