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La grammatica degli animali

Silvia Destro

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Era la nostra prima seduta. Nell’aprire la porta ebbi un attimo di sorpresa: non era solo. Accanto a lui c’era Scheggia, il suo bastardino. Me ne aveva parlato al telefono, quasi di sfuggita, ma non avevo immaginato che lo avrebbe portato con sé. Per un istante restammo tutti e tre sulla soglia, poi entrammo. Scheggia si guardò attorno, fece pochi passi e si sistemò vicino al suo padrone, come se sapesse già dove stare. Non cercò attenzione, non disturbò, non invase lo spazio. Rimase lì. Il suo padrone iniziò a parlare. Cercava un ordine possibile per raccontarsi, una forma abbastanza sicura per consegnare a un altro pezzi di sé ancora poco nominabili.

Alcune parole scorrevano più facilmente, altre sembravano fermarsi appena prima di uscire e ogni volta che il discorso si faceva più incerto, Scheggia si muoveva appena: sollevava il muso, si avvicinava di poco, poi tornava a posarsi, calmo, ai suoi piedi. Era come se cogliesse non tanto le parole, quanto la loro temperatura; non il contenuto del racconto, ma il punto in cui quel racconto tremava. In quella scena si poteva intravedere qualcosa di essenziale del rapporto tra animale e umano: la capacità di stare accanto a ciò che nell’altro non è ancora ordinato, chiarito, tradotto. Forse è per questo che l’animale arriva dove le parole non arrivano, perché non pretende una versione migliore di noi, non chiede coerenza, non interroga. Sta.

Il suo stare non è passività, ma presenza discreta, vicinanza che non invade e tuttavia non arretra. In un tempo che spinge subito a spiegare, interpretare, aggiustare, gli animali sembrano custodire un sapere più semplice e più antico, quello di chi resta accanto senza forzare. Hanno accesso a una grammatica affettiva immediata, colgono la tensione prima della confessione, l’inquietudine prima del pianto, il bisogno di contatto prima ancora che venga riconosciuto. Non interpretano, ma sentono e in alcuni casi aiutano l’umano a sentire sé stesso, a riconoscere qualcosa che fino a un momento prima restava muto, indistinto, trattenuto. C’era poi, sempre in quella scena, un ulteriore dettaglio. Quell’uomo mostrava una certa trascuratezza, un modo un po’ disordinato di abitarsi, come se la cura personale fosse rimasta da tempo in secondo piano. Eppure quella stessa cura sembrava ricomparire, precisa e fedele, tutta rivolta a Scheggia.

Nel modo di nominarlo, di seguirne i movimenti, di preoccuparsi per lui, si intravedeva qualcosa che non riusciva ancora a donare a sé stesso. Talvolta ci si prende cura di un altro per “procura”, come se attraverso quel legame si custodisse, senza saperlo, una parte vulnerabile del Sé. L’animale diventa allora il destinatario visibile di una tenerezza che non ha ancora trovato la strada per tornare indietro. Qui può sorgere però anche un rischio potenziale. Quella stessa relazione che consola e sostiene può diventare, in alcuni momenti, uno spazio protetto in cui restare, evitando l’esposizione più faticosa dell’incontro umano. Un legame così immediato, fedele e poco conflittuale può rendere meno accessibile il passaggio verso relazioni che chiedono parola, reciprocità, attesa, e implicano possibilità di delusione.

A volte può accadere anche che l’animale venga scelto in opposizione all’umano. Come se nel rapporto con lui si trovasse una forma di contatto percepita come più pura, più affidabile, meno pericolosa, mentre il mondo delle relazioni umane venisse avvertito come troppo ambiguo, deludente o gravoso. L’animale diviene allora il “buono” e il “bene” della relazione, contro l’umano che potendo “fare male” diviene il “male” dal quale difendersi o da cui tenersi a distanza. Tuttavia, al di là di queste possibili derive, il legame tra animale e umano continua a custodire qualcosa di essenziale che può essere raccolto attorno a tre semplici termini: stare, sentire, sollievo.

Stare: esserci senza invadere.
Sentire: cogliere ciò che si muove prima che trovi parola.
Sollievo: offrire una tregua, un appoggio silenzioso, una forma di bene che non chiede spiegazioni e non chiude alle relazioni.

Il piccolo cane di quella mattina restò per tutta la seduta ai piedi del suo padrone. Non fece nulla di straordinario. Eppure, in quel suo modo umile e attento di accompagnare, sembrava custodire una verità più ampia. A volte la cura arriva per vie indirette: si deposita in un legame, prende forma fuori di noi, trova casa in una premura concreta. Forse è da lì che, lentamente, qualcosa può cambiare. Dal modo in cui si ha cura di un altro essere vivente si può intravedere la forma di una cura possibile anche per sé. Così quel legame non sarà stato soltanto un riparo, ma un passaggio: dal sollievo alla possibilità, finalmente, di lasciarsi raggiungere e, un poco alla volta, di riconoscersi degni di cura e di amore.