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Come reggere questi pesi?

a cura della Redazione

Sono un’infermiera e ricevo da tanti anni il vostro giornale. Lo leggo volentieri e lo porto in ospedale, così i pazienti del mio reparto, spero anche i parenti, lo possono prendere e leggere. Lavoro in un reparto dove i malati vengono a fare la chemioterapia e cerco di star loro vicino, di ascoltarli se hanno voglia di parlare, di consolarli come posso. Devo confidarvi che vado spesso a casa con il cuore gonfio e quando uno di loro non ce la fa...
In questi giorni mi sono posta la domanda se anche i sacerdoti che confessano sentono nel cuore il peso non solo delle colpe, ma soprattutto delle sofferenze dei fedeli e come fanno a portarlo.

                                                                                                                                   B.F. (Novara)

Penso che per un confessore la prima cosa da portare non sia il peso del peccato, ma della sofferenza che sta dietro a ogni esperienza di colpa. Per un “presbitero del Nuovo Testamento”, come recita il Concilio Vaticano II, la sfida è di essere icona di Cristo Signore, unico e sommo sacerdote che porta con immensa compassione il peso di ogni uomo e di ogni donna condividendolo umilmente, senza giudicare.
In realtà, ciò che fa un presbitero a livello sacramentale è ciò che ogni cristiano è chiamato a fare in modo esistenziale. Per portare la propria e l’altrui sofferenza senza esserne schiacciati è importante portare le persone nella propria preghiera affidando a Dio il mistero della loro vita, senza volerlo spiegare. Solo l’amore orante è capace di portare il peso della sofferenza, che fa talora così male da turbarci.