Anno 131° - Febbraio 2019

Sentirsi come a casa

Gabriele Pedrina

In tutto il mondo voi, giovani, vi sapete cercare e trovare, semplificate le cose da capire e aprite l’uscio di quella casa vostra che non ha né muri, né porte, ma un sacco di anime

Se c’è una cosa che ti spazza fuori dalla categoria giovani è il comprar casa. Innanzitutto, perché significa che di soldi ne hai e, anche se fosse, non li spendi per cellulari e scarpe sportive. Poi sta a dire (seppure non sia vero del tutto) che stai piantando radici: hai un lavoro fisso, hai messo su famiglia e sei capace di sostenere le responsabilità di un mutuo. Tutte cose che ti fanno invecchiare in poco tempo.

C’è poi una casa che non si compra, che un po’ ci appartiene, ma molto di più gli apparteniamo. Una casa senza fondamenta e senza muri. Non ha porte, quindi, né finestre eppure uscirvi e liberarsene è una cosa difficile anche per voi giovani. Onestamente non so neanche se ha un nome! È quell’insieme di persone, tradizioni, luoghi comuni, valori condivisi, modi di vestire, mangiare, esprimersi. È una casa fatta di storie, di luoghi e di anime in mezzo alle quali viviamo, magari anche dentro il mondo più grande di una città o di un paese straniero, e di cui ci sentiamo disperatamente parte... soprattutto se non ci piace.

Se questo tipo di casa ha confini molto labili e fluttuanti nello spazio, una casa con tetto, mura, porte e finestre, ebbè, inizia a irrigidire anche l’altra casa; fosse solo per un fatto banale, ma inevitabile: spostarsi è più complicato. Lavoro, famiglia e mutuo da pagare non ti danno grandi possibilità di staccarti da un luogo per andare altrove e questo fa sì che il “tuo mondo” faccia fatica ad andare oltre il confine della città e “la tua gente” sia quella che ti vive attorno: solo quelli, sempre quelli.

Io invece mi incanto ad ascoltare le storie di ragazzi e giovani che hanno incominciato con le estati di studio in Irlanda, e magari si son fatti un anno delle superiori all’estero, per proseguire con l’Erasmus e magari qualche master in una università europea. Hanno iniziato così e poi si son presi un anno o due per cimentarsi in Australia, negli Stati Uniti o a Londra o a Berlino. Il bello delle loro storie non sta tanto nel fascino dei luoghi che raccontano, ma nella semplicità con cui si muovono da un paese all’altro, nel non farsi problemi se lì si mangia con le mani o la forchetta, se in testa ti devi mettere un velo o un bel cappello di paglia, se ci si sposta in aereo o con un malandato pullman polveroso. Si muovono disinvolti, come fossero a casa.

Poi ho ascoltato anche le storie di chi questi viaggi li ha fatti per forza, scappando dalla guerra o dalla fame, a volte con le loro famiglie, più spesso da soli. Non si muovono con la stessa disinvoltura tra strade e abitudini che non conoscono e forse non riescono a sentirsi a casa, anche perché non sono pochi quelli che gli fanno ben capire che questa non è casa loro. Però è vero che in tutto il mondo voi vi sapete cercare e trovare, facilitate lo stare dentro a un mondo fatto diverso, semplificate le cose da capire e aprite le porte di quella casa vostra che non ha né muri né porte, ma un sacco di anime.

Durante il Sinodo sui giovani c’erano i vescovi che vi vedono partire e quelli che vi vedono arrivare: pensieri e preoccupazioni diverse che non si erano mai detti e che non avevano neanche immaginato qualcun altro avesse. Il vostro viaggiare li ha avvicinati, li ha fatti pensare e desiderare un mondo più accogliente per tutti. Vorrebbero che il vostro sentirvi a casa ovunque, fosse protetto perché in questa esperienza è tutto un regalarsi le cose preziose che portiamo con noi, che siamo noi!
Quando entro in una chiesa, ovunque essa sia nel mondo, io mi sento a casa. Voi sapete fare, in qualsiasi angolo del mondo, questo stesso piccolo miracolo.

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