Anno 131° - Febbraio 2019

L’inganno della luna nel pozzo

Fr. Luciano Bertazzo

La volpe rimane un animale capace di suscitare fantasie dal ricco significato simbolico oggi presenti nel nostro immaginario

La volpe: animale “mitico” per la sua presenza in tante favole e leggende. In molti di noi, credo, si riaccendano la fantasia e i ricordi di quando entrava in scena la volpe nei racconti che ci venivano letti da bambini. Chi non ricorda il gatto e la volpe, diventati simboli di furbizia e imbroglio del “tonto” Pinocchio nel racconto (pieno di ottimi insegnamenti!) di Carlo Lorenzini, noto come Collodi? Forse riemergono anche antichi ricordi scolastici: le favole di La Fontaine (1621-1695), rielaborazione di quelle antiche del latino Fedro, riprese a sua volta da Esopo, fantasioso autore greco vissuto cinquecento anni prima di Cristo, che con le sue storie, con la volpe spesso protagonista furba in “dialogo” con il leone, la cicogna, il corvo, con l’uva, ci ha voluto dire e dare degli insegnamenti non meno validi anche oggi.

La volpe rimane quindi un animale capace di suscitare fantasie dal ricco significato simbolico, ancor oggi presenti nel nostro immaginario.

Non doveva essere diverso anche al tempo di sant’Antonio nel quale favole con la volpe protagonista erano ben note, grazie a una continua trasmissione narrativa. Il Santo stesso fa riferimento ad una di queste favole.

La usa citando il brano del vangelo di Luca del buon samaritano che soccorre un uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, incappando nei briganti (Lc 10,30). Gerusalemme indica il luogo della luce (“quanta luce, quanta gloria c’è in Gerusalemme, cioè nella vita santa”), mentre Gerico, che significherebbe la “luna”, la dea adorata dalle popolazioni cananee, rimanda alla corrotta prosperità temporale. Con questi significati, scrive Antonio: «Scende da Gerusalemme a Gerico colui che dalla luce della povertà cade nel pozzo delle ricchezze. Raccontano che un lupo, vedendo la luna nel pozzo, la credeva una forma di formaggio. Allora, su consiglio della volpe, scese nel pozzo, ma non vi trovò nulla e vi restò dentro deluso e avvilito. Quando i contadini ve lo trovarono, lo massacrarono con una tempesta di pietre».

E subito, come nelle favole antiche, l’applicazione morale: «C’è anche qualche religioso che nel pozzo della vanità mondana vede la luna procedere luminosa. Crede lo stolto, su consiglio della volpe, cioè della concupiscenza della carne, che ciò che è passeggero e instabile sia invece autentico e duraturo. E il povero illuso scende da Gerusalemme a Gerico, dall’altezza della contemplazione al pozzo della cupidigia, e così incappa nei briganti che lo spogliano, lo coprono di ferite e se ne vanno lasciandolo mezzo morto, e i briganti raffigurano i cinque sensi del corpo» (13 domenica di Pentecoste, 21).

I sensi sono, quindi, la nostra corporeità e sensibilità che qualora venga abbandonata a se stessa, può accadere quanto accade allorché «l’astuta volpe afferra per la gola un cappone e lo trascina nella sua tana, così l’insidiosa e subdola concupiscenza della carne, attraverso i sensi del corpo, trascina l’anima a queste cose inferiori. Però, se è edificata e fondata sull’amore di Cristo, contro di essa nulla mai potrà prevalere» (Cattedra di Pietro, 7).

Ricordando poi la precarietà della vita e il suo finire con la morte, Antonio ammonisce che niente ci portiamo via, lasciando quanto abbiamo accumulato ai «parenti che, astuti come le volpi, si getteranno sulla pelle dell’asino defunto» (8 domenica di Pentecoste, 8). Un avvertimento che ricorre anche in altri passi, recuperando un’analoga citazione di san Francesco stesso, quando questi, riferendosi al peccatore impenitente, ricorda che «tutti i talenti, l’autorità e la scienza che credeva di possedere gli sono portati via. Ed egli lascia il patrimonio ai parenti e agli amici, ed essi lo prendono, se lo dividono e poi dicono “Maledetta sia la sua anima, poiché poteva darci e procurarci di più di quanto non abbia procurato”» (Lettera ai fedeli, XII: Fonti francescane 205).

È vero che il libro di Qohelet dice «che ciò che è stato, sarà, e ciò che si è fatto, si rifarà, niente di nuovo c’è sotto il sole» (Qo 1,8); recuperiamo tuttavia, per quanto ci è possibile, questa saggezza antica che sant’Antonio e san Francesco ci insegnano per il nostro oggi!

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