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La prima parola da offrire

suor Marzia Ceschia

statua San francesco

«Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia pace!”» (Fonti Francescane 121), ricorda Francesco nel suo Testamento. Spesso la personalità del santo di Assisi è associata al tema della pace, ma occorre cogliere la densità particolarissima di questa parola: “pace” è una rivelazione, è contenuto che viene dal Signore, perciò possiamo intenderla sulla scia della parola di Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27).

È una pace che viene anzitutto da una interiorità riconciliata dalla consapevolezza di una pienezza di vita che il Signore Risorto già offre a quanti credono in lui. Si tratta di una pace diversa da quella che dà il mondo e che spesso ha più la fisionomia di una tregua o di un quieto vivere da difendere, un “essere lasciati in pace”. Per Francesco quella della pace è la prima parola da offrire a quanti si incontrano lungo il cammino: significa dare più che le proprie buone intenzioni, più che la propria disponibilità, ma suscitare l’attitudine a condividere un dono di Vita che viene dall’Alto. Il santo di Assisi tratteggia la fisionomia dell’uomo di pace: disarmato, povero di cose e così pure di potere, senza pretese, libero da ogni rivendicazione.

Dire “pace” nel nome di Dio significa assumere un’attitudine di totale gratuità, senza scendere a compromessi, senza contrattare la disponibilità a servire al bene dell’altro. Particolarmente incisivo a questo riguardo è il capitolo XVI della Regola non bollata (cf. Fonti Francescane 42-45): in esso Francesco mette a tema lo stile di quanti vanno «tra i saraceni e gli altri infedeli» con l’intento di annunciare il Vangelo. Il santo puntualizza che i frati «possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi»: il primo modo consiste nell’evitare liti e dispute, «ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani».

Il primo atteggiamento cristiano, guidato dallo Spirito, è quello, dunque, di una attenzione prioritaria a instaurare una relazione umana, senza imporre le proprie prospettive, ma presentandosi per quello che si è – cristiani appunto – e pertanto figli di Dio e fratelli di uomini che anch’essi sono Sue creature. Il secondo modo, aggiunge Francesco, «è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose […]»: curato il contesto umano dell’amicizia, del rispetto, del servizio, è possibile – supponendo un lungo tempo di ascolto e di preghiera per capire quando è “il momento di Dio” – l’annuncio. Solo in un contesto relazionale pacifico esso può essere accolto come un dono, come una proposta, non come un’imposizione.

Può accadere di essere rifiutati, osserva con realismo Francesco: nella logica del Vangelo non vi è in questo motivo di scandalo, ma verifica di quale amore guida coloro che si professano discepoli. Osserva infatti l’assisiate: «E tutti i frati, dovunque sono, si ricordino che hanno donato se stessi e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: “Colui che perderà l’anima sua per me, la salverà per la vita eterna” […]». L’essere esposti richiama l’“esposizione” di Gesù sulla Croce: nello spazio dell’estrema violenza il Figlio di Dio amando fino alla fine, senza cedere in nulla alla violenza, ha fatto la pace. Una parola su tutte la sostiene: la parola “perdono”, il dono che provoca e sfonda qualsiasi chiusura, aprendo la via al Regno. Un dono motivato soltanto dall’amore.