Anno 132° - Ottobre 2020

Esperienze elementari

Don Livio Tonello, direttore

C’è grande diversità nella popolazione umana dovuta al contesto geografico, alla storia, alla cultura, alla religione e a mille altri fattori che influiscono sullo sviluppo. Se non possiamo parlare di razze differenti - unica è quella umana -, constatiamo la molteplicità delle etnie, dei gruppi sociali, dei popoli. Differenze da intendere come ricchezza e non un problema. L’omologazione culturale, religiosa ed economica non è più pensabile se non in un’ottica di colonialismo d’altri tempi che impone la propria visione della vita. Ma le differenze sono tenute assieme da quell’originario che attiene a tutto il genere umano. E che ci permette di dialogare, di interagire, di capirci...

Elementi basilari che ci accomunano indipendentemente dal nostro credo od orizzonte culturale. Sono “esperienze elementari” che creano un legame naturale. L’evento della nascita, la sofferenza, la ricerca di senso, l’ineluttabilità della morte... esperienze comuni a ogni donna e uomo che si affaccia sul palcoscenico del mondo. Saranno diverse le interpretazioni, il valore dato, ma con esse ci raffrontiamo e su di esse l’umanità non ha mai smesso di interrogarsi. Al di là delle differenze c’è qualcosa che ci unisce perché tutti accumunati da alcune esperienze basilari che hanno originato molte delle acquisizioni culturali e religiose dei vari popoli. È significativo come viene accolta e celebrata la vita o affrontato il pensiero e la realtà della morte nelle varie religioni e culture. Riti, gesti, colori, parole che nella loro diversità dicono un aspetto di eventi comuni. Non è il mio o il tuo il modo giusto di interpretarli, ma l’insieme delle diverse prospettive che dicono l’umano che ci appartiene.

Come Chiesa - pur essendo esperta in umanità - abbiamo molto da imparare in questo senso e forse anche da modificare la nostra azione. Il mese di ottobre, legato alla missionarietà e all’evangelizzazione, rimette sul tappeto la questione dell’annuncio cristiano dentro la pluralità sopra descritta. Una visione di semplice trasposizione del vangelo in un’altra cultura non è più sostenibile come un tempo. Non si tratta di adattare o peggio di imporre, ma di “innestare” il germoglio della rivelazione divina in forme umane altre da quella occidentale. Il punto di partenza è considerare quello che lo Spirito ha già reso presente, ciò che è proprio dell’essere creaturale, portandolo a sviluppo.

Asiatici, africani, sudamericani hanno sviluppato una certa forma di umanità che non è migliore o peggiore di quella europea: è una parte della comprensione dell’essere uomo e donna. Il messaggio di Gesù che intendiamo diffondere aiuta a fare ulteriore chiarezza sulle esperienze elementari e sugli orizzonti di significato presenti nelle varie culture. Un’operazione che impegna continuamente anche i popoli che si ritengono evangelizzati e civili perché spesso hanno dimostrato di non aver compreso e realizzato appieno né l’humanum né la convivenza reciproca.

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