Anno 138 - Luglio-Agosto 2026Scopri di più
Perché ci complichiamo così tanto la vita?
Gabriele Pedrina

Devo confessarvi questo, ragazzi: con il passare degli anni c’è una cosa di voi che sento più vicina. È una domanda, che torna spesso a farmi visita: «Ma perché dobbiamo complicarci la vita?».
Stando ai due lati dell’esistenza è diverso ciò che la fa saltar fuori. Parlo per me. Da adolescente c’era un’infinità di cose che consideravo inutili complicazioni. A esempio mi piaceva andare a scuola, alcuni professori erano proprio bravi, facevano capire questioni che, una volta comprese, aprivano mondi. Ma poi c’erano i compiti, le interrogazioni, dovevi dimostrare di aver studiato e se prendevi un brutto voto dovevi recuperare. Eh, che noia! Oppure quando si andava in gita bisognava stare uniti, stare attenti, non urlare o fare confusione ed era frustrante in quei momenti, che erano tra i più divertenti dell’anno, trovarsi qualcuno che iniziava a dire: «Questo non si fa». E poi quando tornavo a casa la sera tardi, dopo l’ora concordata, che razza di pistolotti dovevo sorbirmi. «Ma dai – pensavo tra me – non è successo niente, stavamo bene e non avevamo voglia di mollare tutto perché toccava tornare a casa». E non parliamo del rapporto tra ragazzi e ragazze, che già non era semplice di suo, ma poi s’aggiungevano tutte le raccomandazioni dei genitori, neanche fosse un’operazione a cuore aperto. Era proprio un complicarci la vita che faticavo a capire e ad accettare.
Adesso, alla mia età, sono altre cose a riportare in piedi la domanda. Cos’è cambiato da allora? Beh, innanzitutto aver appreso, anche sulla mia pelle, l’importanza del rispetto reciproco. Poi aver preso confidenza con la responsabilità e il prendersi cura di qualcosa o di qualcuno. Aggiungete l'aver accettato il fatto che non tutto è semplice e la spontaneità non sempre funziona. Infine ho capito che non è questione di quelli che ci complicano la vita, bensì di noi che ce la complichiamo: a volte per noi stessi, a volte per gli altri, con cui siamo connessi in un intreccio inestricabile.
Quindi – adesso mi chiedo – perché complicarci la vita inseguendo denaro e potere con azioni che mettono in difficoltà altri? Perché non risolviamo i problemi parlandoci in trasparenza, aprendo il cuore se serve (fosse pure arrabbiato) e fermandoci ad ascoltare? Perché dobbiamo stare sempre all’erta come se chi è diverso fosse per forza un pericolo e i cambiamenti portassero solo disastri? Perché dobbiamo ancora fare i conti con i problemi che guerre e violenza generano, anziché risolverli? Perché non possiamo semplicemente fare spazio alla simpatia e trasformare l’antipatia in una cordiale distanza e non in una risacca di pettegolezzi e cattiverie? Perché non facciamo dei momenti dolorosi della vita un’occasione per stare vicini e sostenerci e non per smarrirci in recriminazioni? Perché ci complichiamo la vita?
«Ci sono mille spiegazioni a questa domanda – mi direte – spiegazioni che, quasi sempre, ne mostrano l’irragionevolezza. Ma sei ingenuo se credi che riconoscendo la mancanza di un perché sensato cambieranno le cose». Certo. Ma io non sono ingenuo e sono convinto che non lo siate neanche voi ragazzi. Magari si sbaglia e si confonde una complicazione con un passaggio risolutivo, come quando si arrampica in montagna e certi movimenti apparentemente inutili son poi quelli che ti fanno superare l’ostacolo. Ma come con il trekking devi capire cosa è indispensabile mettere nello zaino e cosa no, anche nella vita c’è da imparare a viaggiare leggeri. E poi, pensateci: la famosa casa sulla sabbia non crollò perché era leggera, ma perché non poggiava su qualcosa di solido. E quando sei solido sulle gambe, la leggerezza non è precarietà. È libertà.

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