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Quaranta giorni o un quarto di secondo?

Andrea Canton

Quaranta giorni o duecento millisecondi? È la distanza che separa il tempo della Bibbia dal tempo dei social media. Da una parte la sapienza antica che chiede all’uomo di fermarsi, digiunare, camminare nel silenzio. Dall’altra un pollice che scorre lo schermo e un cervello che in un quarto di secondo ha già deciso se provare qualcosa oppure passare oltre.

Nella Scrittura il numero quaranta scandisce i momenti in cui l’essere umano è chiamato a fare verità con sé stesso. Mosè resta quaranta giorni sul Sinai senza mangiare né bere, in ascolto di Dio. Elia, prostrato e in fuga, cammina quaranta giorni nel deserto per ritrovare la voce del Signore. Gesù stesso si ritira quaranta giorni prima di iniziare la sua missione. Quaranta giorni servono ai Niniviti per convertirsi, a Noè per attendere che la pioggia purifichi il mondo. È un tempo lungo, scomodo, che la Bibbia pone come condizione necessaria per ogni trasformazione autentica.

Il nostro cervello, però, oggi, nel tempo del digitale vive a un’altra velocità. Gli studi di neuroscienze ci dicono che bastano tredici millisecondi per identificare un’immagine, duecento per attivare la prima risposta emotiva, meno di due secondi per decidere se un contenuto merita attenzione o va scartato con un gesto del pollice. Le piattaforme sono progettate su questi tempi biologici: catturare prima che la coscienza si accenda.

È quello che alcuni studiosi chiamano “trance algoritmica”: uno stato in cui siamo sommersi da stimoli e contemporaneamente incapaci di scegliere davvero. Sappiamo che lo schermo ci tiene agganciati, eppure non riusciamo a staccarcene. E quando questo meccanismo viene applicato alla cosa più seria che esista, la guerra, il risultato è agghiacciante. I video diffusi dalla Casa Bianca sul conflitto in Medio Oriente, con immagini belliche montate accanto a scene di videogiochi e sport, ne sono la prova: la sofferenza reale ridotta a spettacolo da consumare in pochi secondi. Il cervello non ha nemmeno il tempo di accorgersi che si tratta di una mostruosità, mentre la ripetizione lo fa diventare quasi normale. Forse il primo atto di resistenza è proprio quello biblico: riprendersi il tempo. Non quaranta giorni nel deserto, ma almeno qualche istante di silenzio prima di far scorrere il prossimo contenuto.