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Sett 2025 IT sant antonio
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La lezione del volo delle gru

suor Mary Melone

La celebrazione dell’anno giubilare, con il suo invito a farsi pellegrini di speranza, ci spinge a considerare in profondità cosa significhi essere misericordiosi. Rispondendo all’amore misericordioso di Dio, infatti, e alla potenza del suo perdono, noi siamo chiamati a essere misericordiosi a nostra volta, non semplicemente facendo qualcosa di buono, quasi per mettere a tacere la coscienza, ma compiendo gesti concreti verso l’altro, gesti capaci di sostenere e riaccendere nei nostri fratelli la speranza e la fiducia nel Padre della misericordia.

Da questa prospettiva Antonio di Padova ci offre testi molto significativi, che lasciano trapelare il significato più profondo dell’essere misericordiosi, che è quello in cui al perdono si unisce la preoccupazione per l’altro, il prendersi a cuore la sua vita per farla rifiorire. Lo afferma esplicitamente, a esempio, commentando Luca 6,36: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro». Come è possibile? Antonio risponde mettendo in evidenza un triplice significato della misericordia umana in corrispondenza con la misericordia di Dio che è «graziosa, spaziosa, preziosa».

«E anche la tua misericordia verso il prossimo dev’essere triplice: devi perdonarlo se ha peccato contro di te; devi istruirlo, se ha deviato dalla via della verità; devi ristorarlo, se è affamato» (Sermone per la IV domenica dopo Pentecoste, 3). Perdonare, istruire e ristorare sono dunque i verbi che interpretano, secondo il Santo di Padova, la ricchezza del «fare misericordia», verbi che fanno comprendere come il gesto del perdono è veramente tale, e apre alla speranza, se va oltre se stesso, se cioè diventa un prendersi cura dell’altro, perché distingua il bene dal male (“istruirlo”) e un offrire sostegno al prossimo perché non manchi di ciò che è essenziale e trovi pace (“ristorarlo”).

Sicuramente, però, uno dei testi più efficaci è quello in cui, avvalendosi delle conoscenze scientifiche del suo tempo, egli si serve delle abitudini delle gru per far risaltare alcuni aspetti dell’essere misericordiosi che si rivelano attuali e significativi anche per il nostro tempo. «Siamo dunque misericordiosi, imitando le gru, delle quali si dice che, quando vogliono arrivare a un dato luogo, volano altissime, come per meglio individuare da un punto più alto di osservazione il territorio da raggiungere. Quella che conosce il percorso precede lo stormo, ne scuote la fiacchezza del volo, lo incita con la voce; e se la prima perde la voce o diventa rauca, subito ne subentra un’altra. Tutte si prendono cura di quelle stanche, in modo che se qualcuna viene meno, tutte si uniscono, sostengono quelle stanche finché con il riposo ricuperano le forze. E anche quando sono in terra, la loro cura non diminuisce: si ripartiscono i turni di guardia, in modo che una ogni dieci sia sempre sveglia. Quelle sveglie stringono tra le zampe dei piccoli pesi che, quando eventualmente cadono a terra, le avvertono che stanno per addormentarsi» (Sermone per la IV domenica dopo Pentecoste, 4).

La suggestiva descrizione del volo delle gru è sicuramente di immediata comprensione. Se, infatti, questi uccelli riescono a vivere una tale attenzione e dedizione reciproca, come è possibile che chi è raggiunto dalla misericordia di Dio non si lasci trasformare profondamente da essa, divenendo capace di preoccuparsi non solo di sé, ma anche degli altri, disposto a farsi carico dei loro pesi perché possano resistere alla fatica, e vigilando perché nulla possa far del male a chi gli cammina accanto? In definitiva, si tratta di comprendere che siamo a nostra volta misericordiosi quando riusciamo davvero a inaugurare relazioni nuove, vere, rese belle dalla solidarietà e dalla generosità.