Anno 138 - Maggio 2026Scopri di più
In contemplazione, nel blu
Lorenzo Brunazzo

Al giorno d’oggi appare scontato scegliere maggio, mese mariano per eccellenza, per parlare del celeste, il colore con cui i pittori raffigurano il manto della Beata Vergine. Ma l’accostamento tra la Madonna e il blu non è sempre stato ovvio: è proprio tra il 12° e il 13° secolo (gli anni in cui è vissuto sant’Antonio) che si affermò nell’arte, e in genere nella cultura occidentale, la bellezza e la sacralità di questo colore.
In passato, pur tra oscillazioni e imprecisioni lessicali, il blu non ebbe grande considerazione, come il verde. Nell’arte rupestre è assente poiché gli uomini impararono a produrlo molto più tardi. Nella lingua greca glaukos è sinonimo di pallido, spento, e questa tinta resta marginale anche nell’epoca romana benché siano noti vari modi di produrla, ricavandola da pietre semipreziose provenienti dall’Oriente (lapislazzuli, azzurrite) o da vegetali (indaco, guado).
Con l’inizio del secondo millennio si assiste invece a una valorizzazione del blu nelle miniature, collegata a una nuova teoria teologica della luce come emanazione visibile di Dio nel mondo terreno, sensibile e insieme immateriale. In tale contesto blu e oro, spesso accostati, esprimono la presenza stessa della luce e del divino. Nel 12° secolo il blu oltremare, più luminoso rispetto ai colori scuri che manifestavano la sofferenza della Vergine, diventa definitivamente attributo di Maria. Il blu mariano intenso e chiaro, con la sua brillantezza, si diffonde nell’uso di vetrai, miniatori, ceramisti, pittori e tintori.
Nei Sermoni antoniani non compare un termine assimilabile propriamente al blu, che ha un corrispettivo nel latino medievale blavus (sbiadito). Antonio, in riferimento al colore, usa i termini hyacinthinis, caeruleus, caelestis. L’aggettivo “celeste”, che compare innumerevoli volte, non si riferisce però tanto al colore, ma alla collocazione ultraterrena: sono celesti patria, natura, Gerusalemme, grazia, verità, gloria, mensa, rugiada, misericordia... Un solo esempio: il predicatore, come la voce che è aria, dev’essere “aereo, cioè celeste, affinché la sua familiarità sia il cielo”.
L’azzurro giacinto s’associa anche nei Sermoni in forma complementare al rosso scarlatto o fuoco: le tende di Salomone sono di seta azzurra, a indicare “la purezza della mente e la contemplazione della gloria celeste”, e scarlatte a esprimere “l’integrità della fede e l’asprezza e la sofferenza del martirio”.
Nell’arcobaleno vi sono due colori: il rosso fuoco simbolo dell’amore verso Dio e l’azzurro della compassione verso il prossimo. La tenda di Cristo, segno della Chiesa trionfante, figura della Vergine, è coperta da pelli tinte di rosso e d’azzurro, a indicare, quest’ultimo, “tutti i confessori della fede, la cui aspirazione fu solo il cielo e quindi sono passati dalla speranza alla visione”. Azzurro è anche segno dell’umiltà della Vergine.
Il colore azzurro nei Sermoni si associa a una pietra preziosa, lo zaffiro, gemma delle gemme, che ha “il colore del cielo terso”. Come simbolo mariano ha quattro proprietà associate all’Ave Maria: mostra in se stessa una stella (Ave, piena di grazia), è di colore azzurro (Il Signore è con te), coagula il sangue delle ferite (Benedetta tra le donne), guarisce le ulcere (Benedetto il frutto del ventre tuo). In un altro Sermone lo zaffiro raffigura gli apostoli, i quali non stimano le cose terrene e a ragione potranno dire: “La nostra patria è il cielo”. Questa pietra con il suo colore simboleggia “il disprezzo delle cose visibili e la contemplazione di quelle invisibili”, “la dolcezza della contemplazione”, “il desiderio delle cose celesti”.

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