Quale grazia chiedere?

Lo scorso mese ho “dimenticato” una scadenza che mi riguarda: il 13 giugno cadeva “la mia festa”. Non datemi del presuntuoso se mi soffermo ora un attimo su questa ricorrenza che, a distanza di quasi otto secoli dalla mia morte (1231), continua a restare viva nella devozione di tanti che in ogni momento dell’anno, e in questa data in particolare, si rivolgono a me fiduciosi cercando una grazia, un attimo di conforto, il sollievo a una pena.

Credetemi, le mie povere ossa hanno sempre un brivido di commozione al calore di tutte quelle mani che accarezzano la verde lastra tombale che le racchiude. È un gesto di fede emotiva, di fraterna confidenza, ma anche quando i pellegrini da tutto il mondo lo ripetono per emulazione, quasi per “gioco”, sono convinto che una stilla di grazia penetri in loro e inizi a fruttificare per vie misteriose.

Ripeto una cosa perfino ovvia: la grazia non viene certo da me, ma dal Signore che si fa tramite della mia povera persona, come di tante altre che la Chiesa ha riconosciuto sante (e di tante altre innumerevoli che hanno vissuto la loro santità nel nascondimento, ma che sono state fari di luce per chi le ha conosciute da vicino) per far fiorire la fede delle persone. Eppure la mia povera persona è stata considerata da subito, appena dopo la morte, come un “mostro dei miracoli”.

Nel “Si quaeris miracula” si dice: «Se vuoi miracoli, se vuoi che fuggano la morte, l’errore, le calamità, il demonio, la lebbra; se vuoi che gli infermi guariscano, il mare si calmi, le catene si spezzino, e si ritrovino la salute e le cose perdute, e scompaiano le necessità, rivolgiti a me, che intercederò per te presso Dio Padre». Tra tanti portenti, questa cosa degli oggetti smarriti è rimasta impressa nella gente comune che mi invoca: «Sant’Antonio de la barba bianca (e qua mi confondono con l’altro Antonio, l’eremita), famm trovà quel che me manca».

Una particolare predilezione sembra che abbia anche nel “combinare matrimoni”... Però non volevo soffermarmi sui “poteri” che la tradizione mi attribuisce, ma piuttosto sul modo più giusto e proficuo di pregare e implorare il Signore, come ebbi occasione di indicare nei Sermones. L’ordine con il quale dobbiamo chiedere e supplicare ce lo indica san Paolo nella Lettera a Timoteo: «Ti raccomando dunque che prima di tutto si facciano suppliche, orazioni, domande e ringraziamenti» (1Tm 2,1- 8). La supplica, tra le pratiche spirituali, è una fervorosa e insistente preghiera a Dio.

L’orazione è il sentimento dell’uomo che si mette in un pio e familiare colloquio con il Signore. La domanda è la preoccupazione, l’ansia di ottenere alcune cose temporali, necessarie alla vita presente: in questo caso Dio, pur considerando la buona volontà di chi prega, fa tuttavia ciò che egli giudica più utile perché solo il Padre che è nei cieli sa che cosa ci è necessario in questa vita, e non noi. Infine il ringraziamento consiste nel comprendere e nel riconoscere la grazia di Dio e la sua volontà salvifica, nel continuo e instancabile orientamento a Dio per tutte le nostre opere.

Mai quanto in questi tempi mi sembra che le domande di grazia abbiano smarrito il senso di questo affidarsi a Dio e alla sua Provvidenza. La paura è il sentimento prevalente, anche nei giovani che dovrebbero essere i più coraggiosi nel guardare al futuro. Paura nella globalizzazione, che evoca scelte politiche ed economiche lontane da ogni controllo; paura in una natura sempre più estrema e distruttiva; perfino la scienza prefigura modelli di universo sempre più “oscuri” e alieni.

Sapere cosa desiderare è sempre stato difficile, lo è ancor più in un mondo in cui perfino gli ideali sembrano essersi ridotti a un angusto benessere personale. Permettetemi quindi di suggerirvi una grazia da chiedere, con insistenza, al Signore: quella di non aver “paura di vivere” e di credere nella bontà della strada che Egli ha tracciato per noi.

Lorenzo Brunazzo