Tre sacerdoti impegnati in missioni diverse si raccontano: tra difficoltà e gioie emerge la loro ricerca di umanità, autenticità, verità e alcune idee per guardare al futuro delle giovani vocazioni presbiterali.
Gianluca Chemini è un prete di Milano. Classe 1993, 33 anni, laureato in Lettere, ordinato nel 2022 e ora dottorando in teologia dogmatica. «Una delle maggiori difficoltà, nella mia esperienza, è stata sostenere le aspettative da parte di alcune persone, abituate a un certo tipo di figura presbiterale e al ruolo che però ora, anche per motivi oggettivi, non è più possibile incarnare. Il sentirsi più chiuso in una mansione che incontrato come persona. In parte è un po’ colpa nostra. C’è ancora un immaginario molto idealizzato del prete in certi fedeli, mentre invece – e per fortuna! – si è uomini esattamente come tutti gli altri, nel bene e nel male, pur ordinati a un certo servizio ecclesiale. Altra fatica è data dal “come essere preti oggi”, perché non c’è più un modello comune. È come se ciascuno debba “personalizzare” il proprio ministero in base al contesto in cui si trova a vivere. È una sfida intrigante, ma anche faticosa. Sostiene la vocazione sicuramente il custodire una vita spirituale e di preghiera. Che non significa non provare mai momenti di aridità, ma cercare di coltivare e mantenere alta una tensione. Mi ha molto sostenuto negli anni un po’ monotoni dello studio a Roma l’intuizione spirituale di Nazareth, a partire dalla testimonianza di Charles de Foucauld: vivere quegli anni alla luce dello spirito di Gesù e della sua vita nascosta a Nazareth ha davvero cambiato le cose. Inoltre, insieme alla spiritualità coltivare l’umanità: tante relazioni, vere, libere, anche di fuori dei nostri ambienti, che fanno respirare e ampliano gli orizzonti».
Piero Lamazza ha 46 anni. Una religiosità inizialmente formale: i sacramenti e poi un allontanamento dalla Chiesa e dalla fede. «Intorno ai 22 anni mi riavvicino: la morte di una cugina, coetanea, per leucemia innesca tante domande di senso sulla vita. In una parrocchia ho trovato un prete che leggeva il Vangelo di Marco con i ragazzi. Mi ha conquistato. Pensavo di leggere il Vangelo e capirlo. In realtà venivo letto e capito, perché scoprivo che quel testo parlava di me. Questo mi dava grande luce. Ho cercato di capire come pregare, fino all’esperienza degli Esercizi Spirituali in cui i gesuiti mi hanno dato strumenti per pregare con la Scrittura, momento che ancora benedico». Dopo gli studi di Giurisprudenza, superate le opposizioni dei genitori, figlio unico, decide di fare il salto: «Sono entrato in seminario e rimasto un anno. Poi sono entrato nella Compagnia di Gesù, per la profondità trovata e la cura dell’aspetto culturale: venti anni, di cui 3 anni e mezzo in Spagna, 6 anni in Albania. Una formazione che mi ha portato a contatto con culture e lingue diverse, una vera ricchezza. Cerco di aiutare gli altri a incontrare il Dio della rivelazione, questo il senso della mia vocazione e missione». Consolazioni e desolazioni non mancano: «Faccio fatica davanti alla durezza dei cuori di chi già si sente formato, arrivato, che crede che non serva più nulla alla crescita della sua persona. D’altra parte è davvero fonte di gioia profonda vedere persone che trovano in Lui la forza e decidono nel Signore il Santo viaggio. Alcuni si fidano, si buttano, provano a camminare con il Signore, a guardarsi dentro, lasciarsi scomodare, inquietare, vogliono fare passi avanti nella conoscenza di sé, di Dio che la Scrittura ci offre. Vedere questo è davvero incoraggiante».
Andrea Cola è rettore del Pontificio Seminario Romano Minore: 41 anni, 17 di sacerdozio. Prete romano cresciuto nel quartiere Colli Aniene, dopo diverse esperienze in alcune parrocchie da 8 anni svolge il suo servizio nel Seminario Minore. «La difficoltà maggiore che vivo – racconta – è l’essere oberato da più incarichi e dover trovare sempre risposte alle diverse esigenze che le istituzioni, le comunità hanno. Se non viene vissuto con un certo equilibrio, tutto questo rischia di schiacciarti e farti soffrire, va a incidere sulla prestazione, generando ansia e fatica. In tutto questo quel che invece mi dona forza e consolazione è la possibilità di stare in intimità con il Signore e mettere il Vangelo in pratica. Altra sfida è svolgere tutto nel dialogo e nell’incontro delle diverse sensibilità». Andrea guarda avanti: «In prospettiva penso serva una formazione sempre più aderente alla realtà, presentare il celibato a esempio nella sua difficoltà da vivere – anche se la grazia di Dio aiuta tantissimo – a non spaventarsi se si vivono dei momenti di crisi, ad abitare i momenti di difficoltà, ad avere come riferimento sempre il padre spirituale, educare alla fraternità sacerdotale. Poi certo, più vita comunitaria e sinergia con i laici. Gli impegni li hanno tutti. Importante è come si portano».
Laura Galimberti

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