E’ ora di compiere le riforme

Prima la relazione del nuovo ministro guardasigilli alle Camere; poi la seduta comune del Parlamento per il completamento del Consiglio superiore della magistratura riformato, con la designazione dei membri “laici”; quindi l’elezione del vice del presidente Mattarella al Csm; infine l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione e nelle corti d’appello sul territorio. In meno di due settimane il pianeta giustizia ha attraversato una serie di passaggi istituzionali non solo necessari, ma di grande delicatezza “politica”.

Sì, perché l’amministrazione della giustizia è attività politica in senso eminente, ma con la P maiuscola, come funzione essenziale e qualificante della vita della polis. Purtroppo, invece, essa deve fare i conti con il rischio insistente di pericolosi cortocircuiti e di reciproche invasioni di campo rispetto alla sfera della politica con la p minuscola. Talvolta questo rischio si concretizza in fenomeni degenerativi che riguardano una minoranza di persone ma finiscono per gettare una luce inquietante su tutto il comparto, che è decisivo non soltanto sul piano che gli è proprio in modo specifico ma anche per le cospicue ricadute in campo economico e sociale.

Tant’è vero che un capitolo rilevante del Pnrr riguarda l’amministrazione della giustizia. Alcune importantissime riforme previste dal Piano sono state approvate o avviate già nella precedente legislatura. Si tratta ora di portarle a compimento e di renderle effettive, intervenendo in corso d’opera su quei singoli snodi che in base all’esperienza risultassero bisognosi di correzione, ma rifuggendo dalla tentazione di neutralizzare il percorso già realizzato o addirittura di ribaltarne la prospettiva.

Alle riforme vanno date gambe per camminare e, quando è il caso, per correre (si stimano in oltre 4 milioni le controversie in attesa di un giudizio). Ovviamente nessuno può caldeggiare una giustizia frettolosa per recuperare l’arretrato – la giustizia ha da essere soprattutto…giusta – ma bisogna aver chiaro che se non si investono nel settore risorse adeguate anche le riforme migliori sono destinate al fallimento. Non si pensi soltanto al problema dell’ancora insufficiente digitalizzazione, per citare uno degli aspetti organizzativi che più ha concorso a sviluppare un’aneddotica ironicamente amara sulle disfunzioni provocate.

Quel che sta emergendo, in particolare alla luce delle relazioni delle corti d’appello delle diverse articolazioni territoriali, è un problema ancora più radicale: una crescente carenza di magistrati che rischia di mettere in grave difficoltà anche gli uffici storicamente più efficienti sul piano gestionale e in talune situazioni di compromettere la stessa amministrazione della giustizia.

Alla fine a fare la differenza, come in ogni settore della vita sociale, sono soprattutto le persone. Per una singolare quanto felice coincidenza, quelle stesse sedi istituzionali in cui il tema della giustizia è stato in primo piano, e in parte proprio negli stessi giorni, sono state visitate dalla camicia insanguinata di Rosario Livatino, giunta a Roma per un pellegrinaggio di fede. Ma quella reliquia sa parlare in modo eloquente (ed esigente) a credenti e non credenti. A tutti – politici e magistrati – ha ricordato il dovere di non vanificare in nome di interessi personali e di parte il sacrificio di chi ha pagato con il sangue la sua testimonianza di amore per la giustizia. In nome di una Giustizia più grande.

Stefano De Martis
Agensir