Cucine economiche popolari di Padova. La "cena sospesa" per chi vive nella povertà

A Napoli c’è una tradizione che ha contagiato anche altre città: quando qualcuno è felice, paga due caffè, uno per se stesso e uno per un’altra persona. È il caffè sospeso, regalato a chi non può permetterselo. Questa idea a Padova è diventata la “cena sospesa", una proposta alternativa fatta dalle Cucine popolari in collaborazione con l’Ufficio pastorale dei giovani, per conoscere una realtà della diocesi che ha ben 120 anni di storia e accoglie ogni giorno persone senza fissa dimora, italiani e stranieri, in difficoltà o provenienti da varie esperienza di disagio.

«Per metterla in atto – racconta don Paolo Zaramella della pastorale giovanile – i ragazzi vanno a cena alle Cucine popolari: il costo di un pasto completo è di 2,50 euro e la proposta che facciamo è di lasciarne uno “sospeso”, per un ospite che non può pagarlo. È un’idea per conoscere gli spazi, l’ambiente, mangiare insieme ad altre persone, vedere una realtà della nostra Chiesa».

Giovani e persone con grandi sofferenze sulle spalle che mangiano insieme, scambiano una parola, ma condividono anche i silenzi: lo scopo di questo connubio è dare alla mensa un’aria di normalità, un luogo da vivere, da frequentare, come fosse una mensa universitaria. Un posto dove ci sono sì persone in difficoltà, ma che non devono essere tenute lontane o ghettizzate. Un luogo della città e della Chiesa che appartiene alla città e che quindi può essere abitato, vissuto.

Partita in sordina, con qualche gruppo di scout che chiedeva di poter far servizio una sera, la proposta è stata rimodulata perché «venire una volta non serve a niente – chiarisce suor Albina Zandonà, responsabile delle Cucine popolari – cenare invece permette di creare un’aria diversa. Le persone che vengono alla sera sono molto stanche dopo una giornata in giro per la città. Stare a tavola con loro è comunque un servizio, ci si mette in gioco a un livello diverso rispetto a chi è dietro al bancone per distribuire le pietanze».

Non è certamente un ambiente facile: mette a confronto diretto e concreto con un disagio che non siamo abituati a vivere e per i giovani la prima volta può essere difficile, si sentono intimoriti, si irrigidiscono. «Ci sono tavoli da quattro posti – racconta Chiara Buson, educatrice dei 18enni nelle parrocchie di Sarmeola, Rubano, Villaguattera e Bosco, che ha già vissuto l’esperienza con i suoi ragazzi – Abbiamo diviso il gruppo, una ventina, in triplette, in modo che ci fosse un posto libero in ogni tavolo e i ragazzi non si sentissero “soli”. È stata un’esperienza molto intensa e particolare. Alcuni hanno chiacchierato, per altri è stato più difficile. C’è chi ha detto che poteva lasciare i soldi e andare via, chi invece ha condiviso il vassoio con gli ospiti. Le reazioni dipendono anche da quello che si respira in casa, oltre che dal carattere: chi è più chiuso, chi percepisce in famiglia un certo distacco, chi vuole mettersi alla prova e si lancia. Molti sono rimasti colpiti dalla cura: piatti di porcellana, bicchieri di vetro, cibo buono e abbondante. Si aspettavano una mensa povera. E poi la dignità: negli ospiti, ma anche nell’atteggiamento delle persone, volontari e staff, che prestano servizio».

«Si possono fare incontri molto interessanti – conclude suor Albina – perché chi sta nel disagio ti porta più nel profondo, nella riflessione. Questo per i ragazzi può essere molto arricchente, li mette in discussione e può scardinare certi pensieri».

 

 

Fonte: La Difesa del Popolo