Come Giona nella balena

Si dice che la parola dà vita e prende vita: in carcere questo è realtà. Le attività di Teatrocarcere coinvolgono quasi trenta detenuti, puntando al reinserimento

Due sono attualmente i rami di attività di Teatrocarcere, il progetto presente dal 2005 nel Carcere Due Palazzi di Padova e sostenuto anche dall’Associazione Universale di Sant’Antonio. Da un lato c’è il percorso delle persone detenute che hanno dato vita allo spettacolo “Da Babele alla Città Celeste”, portato anche in contesti esterni al carcere, dall’altro c’è un nuovo gruppo interno che sta lavorando al nuovo spettacolo incentrato sulla storia di Giona, che verrà presentato proprio a maggio (8 e 9, tra gli eventi del Festival biblico) nell’Auditorium del carcere di Padova.

«Spesso ci si dimentica o non si mette abbastanza in luce un aspetto molto importante – afferma Cinzia Zanellato, regista degli spettacoli e formatrice – cioè: se fai un percorso con le persone detenute, che significa fare scuola, dare un lavoro, fare laboratori come il teatro che è forma di comunicazione e socializzazione e momento formativo e di riflessione sui temi esistenziali, poi queste persone riprendono in mano la loro vita e soprattutto abbattono la recidiva. È un investimento sulle persone che ripaga. Si lavora sul loro recupero. Mai perdere la fiducia e la determinazione nel credere in un carcere riabilitativo e non punitivo».

Occorre passare dalla logica della vendetta che soddisfa immediatamente, ma non produce alcun risultato se non perpetuare la catena del male, a una che dà risposte civili in modo che queste persone possano conoscere anche altri stili di vita, altri modi relazionali. «Molti detenuti – continua Zanellato – arrivano da contesti in cui non hanno avuto possibilità di studiare, ma anche semplicemente di sentire un bene comune, far parte di una comunità. Si dà sempre per scontato che chi va in carcere quando esce sia come prima, invece non si dà importanza ai percorsi che fanno». Sono una quindicina le persone che stanno lavorando al nuovo spettacolo, mentre il gruppo completo che frequenta il laboratorio di teatro è formato da ben 28 persone, di origine geografica diversa e di fascia d’età dai 25 ai 60 anni.

Nel gruppo dello spettacolo su Babele ci sono una decina di persone che godono di misure alternative, “articolo 21” e semilibertà, o che usufruiscono di permessi premio. Insieme a loro molti volontari e cinque formatori in materie teatrali e danza. «Il teatro e i temi biblici – afferma la regista – diventano occasione non solo per fare uno spettacolo, ma per creare delle risonanze fra le esperienze di vita delle persone detenute e i temi esistenziali che vengono proposti nella narrazione biblica. È qualcosa di molto forte perché ci sono risposte davvero autentiche. Si dice che la parola dà vita e prende vita: in carcere questo è realtà.

Ad esempio Giona nel ventre della balena per loro è l’esperienza dell’isolamento assoluto, quando devono venire a contatto con le loro interiorità e contraddizioni e rivedere la propria storia di vita. La torre di Babele parla di liberazione dall’omologazione, di ritrovare una propria identità, una lingua per stare nel mondo». Temi esistenziali, temi che riguardano non solo i detenuti, ma tutti noi. Assistere a uno spettacolo di Teatrocarcere vuol dire entrare in una logica non violenta: ci insegna a metterci non in un piano di scontro, ma di dialogo e comprensione. «Mi pare – conclude Cinzia Zanellato – che le forze giovani recepiscano di più il messaggio di una cultura inclusiva e tollerante che si mette in dialogo. Così si tengono in vita dei semi di cultura che parlano di pace, condivisione, comunità. Il teatro oggi può fare questo: ricreare comunità attorno ad alcuni temi urgenti».

 

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LE STORIE DI CARLO E MOSÈ

Carlo ha 38 anni è entrato nel gruppo teatrale spinto da amici, compagni di carcere, che gli avevano detto che lì si stava bene. «La verità – rivela – è che quando sei in carcere e non hai nulla da fare, qualunque prospettiva ti venga offerta la prendi al volo pur di non stare fermo dentro una stanza. Tante volte si inizia per gioco, per fare qualcosa, per passatempo, e poi te ne innamori e non immagini che può aprirti il cuore a delle emozioni e dei sentimenti così forti. A me ha dato delle sensazioni molto forti. Sono una persona chiusa, il teatro mi ha dato la possibilità di essere libero, libero dentro, interiormente, di relazionarmi con le persone, saper ascoltare, avere la pazienza. Il teatro aiuta anche in questo perché se qualcosa non ti viene subito devi avere la pazienza di aspettare e riprovare. Mi ha fatto maturare anche nella vita normale. Ricordo che la prima volta ho fatto esplodere tutto quello che avevo dentro di me e da lì poi ho trasmesso le mie emozioni anche agli altri attraverso le storie che narriamo».

Carlo recita in “Da Babele alla Città celeste”: uno spettacolo in cui bene e male sono evocati da Babele e dalla Gerusalemme Celeste. Due aspetti che coesistono in ogni essere umano, ancora più in chi vive una situazione di detenzione in carcere. «La torre di Babele – dice infatti Carlo – è come la mia storia: ascoltavo solo una testa, la mia, il mio essere egoista, ma poi stando in quel posto, in carcere, è crollata quella torre che era dentro di me e quindi ho imparato a relazionarmi, a capire, ad affrontare la vita come tutti. Sono piccoli tasselli che aiutano a far crescere questa torre. Lo spettacolo ritrae la mia chiusura e poi l'apertura».

Anche Mosè è fra gli attori dello spettacolo. Lui ha 32 anni e ha scontato tutta la sua pena, ora è fuori dal carcere, ma quel gruppo, quello del teatro, non riesce proprio a lasciarlo e così fa ancora parte della compagnia. «Mi è servito – racconta – perché mi ha aperto moltissimo. In carcere si tende ad essere molto chiusi e il fatto di mettersi in gioco, di portare uno spettacolo al di fuori e presentarlo a persone che non sono detenute, mi ha cambiato parecchio. La punizione porta solo alla vendetta». Anche per lui la Torre ha un'accezione simbolica molto forte: «Per me ha significato il non riuscire a capirsi più, non capirsi con le persone ma sopratutto non capirsi con se stessi e questo ti porta a chiuderti, a costruire una torre, una sorta di confort zone da cui guardare dall'alto le differenze, chi è diverso da te».

«Alle persone, agli spettatori – aggiunge Carlo – quello che cerco di trasmettere è che ognuno di noi può essere quella torre: con la nostra testa, i pensieri, il cuore, la mente non dobbiamo indurci a chiuderci in noi stessi e ragionare solo con il nostro modo di vedere, ma dobbiamo aprirci ad altri orizzonti. Quindi non bisogna essere una torre di Babele, essere cocciuti, egoisti, non rispettare le persone. Io sono stato tanti anni intrappolato in me stesso, ma il teatro, il lavoro, il catechismo che ho potuto seguire in carcere, mi hanno fatto capire che non dobbiamo essere una torre sola ma dalla torre dobbiamo guardare alle altre, agli altri colori e idee e collaborare». E poi dice che il cambiamento è possibile se nell'altro trovi accoglienza: «stare in mezzo alla gente porta a indurre un cambiamento. Basta un sorriso, sentir che qualcuno ti vuole bene per quello che sei e non ti giudica, questo può far sì che in chi ha sbagliato in passato si apra una nuova vita. Io ora sto costruendo una nuova torre e voglio dare il meglio di me stesso. La rieducazione, il reinserimento è dare un chance. Tenere chiusi in una stanza non serve, se non dai la possibilità di scoprire la bellezza altrui non ne esci bene, ma più arrabbiato di quando sei entrato. A 37 anni mi sono diplomato: chi lo avrebbe mai detto, la scuola non mi piaceva! Eppure ho capito quanto sia importante! Se tutti ci chiudono le porte...siamo fritti!».

«Il messaggio che arriva – afferma Mosè – è noi siamo voi e voi siete noi, non c'è alcuna differenza. C'è solamente chi ha sbagliato di più e chi ha sbagliato di meno, bisogna capire l'errore per fare poi un cambiamento. All'inizio, alle volte, c'è un po' di pregiudizio. Per esempio nelle scuole la domanda che arriva sempre è “ma cosa hai fatto?”. Noi diciamo sempre che possiamo raccontare come siamo arrivati davanti a loro e quindi il percorso che abbiamo fatto. Non è giusto puntare sul reato ma piuttosto sul percorso che si fa, tutti possono sbagliare l'importante è poi il cambiamento e puntare non ad una giustizia punitiva che porta alla vendetta. Non dico che l'errore non sia grave, l'importante è rendersi conto del problema e fare un percorso, cercare di capire anche se non è una cosa facile. Adesso mi rendo conto che la persona che è entrata in carcere è completamente diversa da quella che è uscita».

Il percorso però quando si è fuori non è in discesa, anzi. C'è ancora molto da fare. Mosè lo sa bene, anche se ora si è ricostruito una vita, ha una fidanzata e un lavoro. «Bisognerebbe essere molto più seguiti a livello psicologico – afferma – questo è quello che manca. Ci vorrebbe un appoggio più presente e ferreo. Soprattutto quando esci, perché non sai come gestire le emozioni: dentro in carcere è una cosa, sei come in un ambiente protetto, quando esci non sai come affrontare la realtà quotidiana o l'incontro con le altre persone». Visti i chiari benefici, quali sono le prospettive future per il Progetto Teatrocarcere? «Un aspetto interessante – conclude Cinzia Zanellato, la referente del progetto – sono i contatti con realtà esterne. Siamo stati contattati dal collegio Universitario Gregorianum che ci ha chiesto uno scambio con il loro gruppo di teatro. Collaboriamo con Ottavo giorno, associazione che lavora con la danceability. Fare degli scambi di lavoro e metodologia con altre realtà è fondamentale. Quindi le prospettive vanno in questa direzione: creare condivisione e rete con chi si prende cura dei giovani, delle persone con disabilità, con chi ha cura della persona. Creare più connessioni possibili perché questo diventa arricchimento».

 

Lodovica Vendemiati