Anno 135 - Marzo 2023

Un villaggio intero per crescere

Monica Cornali

psicologia infantile

Nella complessità del nostro tempo è importante che la famiglia e le diverse agenzie educative pongano al centro la cura del percorso di crescita emotivo-affettiva, cognitiva e spirituale del bambino. Si sente spesso parlare di “comunità educante” ed è bene cercare di comprenderne i processi necessariamente coinvolti, riguardanti la comunicazione, la gestione della conflittualità e l’orizzonte dei valori.

Una “comunità educante” altro non è che una rete di persone, ognuna delle quali mette a disposizione di bambine, bambini e famiglie le proprie competenze e conoscenze per un unico obiettivo condiviso: cambiare l’inizio della storia, così da cambiare tutta la storia, fin da piccoli. Si tratta dunque di un insieme di persone concrete, una rete di buone pratiche, per promuovere lo sviluppo dei bambini e il sostegno alla genitorialità.

Dalla Carta dei Diritti dei Bambini e Adolescenti (ONU 1989) agli adulti viene richiesto di ascoltare i loro bisogni, orientare, porre limiti, responsabilizzare in modo progressivo e non abbandonarli di fronte alla complessità della vita. Un proverbio africano recita: «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio», sottolineando proprio l’importanza delle relazioni.

È chiaro che, in primo luogo, bisogna partire dalle relazioni più immediate, quelle familiari. Ed è su queste che mi soffermo ponendo una serie di domande impegnative, ma imprescindibili. Riprendendo l’immagine del proverbio africano, potremmo cominciare dal “ricostruire il villaggio che ci serve per crescere i nostri bambini”. L’adulto che rapporto ha con sé stesso? Ha consapevolezza delle sue emozioni, dei sentimenti, dei pensieri? Riconosce i suoi punti deboli? Le sue aspettative? Sa ascoltare il partner, si sente ascoltato dal partner? È consapevole che i figli sono un’alterità, non una proprietà? Si ricorda, l’adulto, di essere stato bambino, come suggerisce Il piccolo principe?

Ciascuno di noi, poi, ha incontrato nel corso della sua crescita delle persone significative che hanno particolarmente segnato il suo percorso di vita, a partire dai propri genitori ed è un atto di maturità riconoscere il debito/credito nei loro confronti. L’eredità ricevuta dai nostri genitori a cui mi riferisco, riguarda lo stile relazionale che si respirava in casa, il modello di comunicazione che vigeva, l’interpretazione del ruolo maschile e del femminile, il rapporto di coppia dei genitori, l’educazione religiosa ricevuta e anche se ci sono stati degli eventi traumatici o significativi nella propria storia.

Un po’ per volta si può approcciare la storia personale nei suoi snodi cruciali ed elaborarla, che vuol dire poter chiamare per nome qualcosa di cui non siamo stati consapevoli, in modo da poterla o cambiare o lasciar andare o scegliere deliberatamente. La prima comunità educante siamo noi e se non abbiamo un rapporto sufficientemente buono (non perfetto!) con noi stessi, se non abbiamo approcciato la nostra storia personale, nei suoi snodi cruciali, in maniera sufficientemente matura, rischiamo di ripetere il “copione familiare” di origine e far pesare sui piccoli le nostre questioni irrisolte.

Come faremo tutto questo? La comunità educante è composta di soggetti educati. Ci vuole una formazione continua, quella che i greci chiamavano “paideia”, un’educazione a partire da sé stessi, insieme agli altri. Ritengo che oggi non manchino occasioni per farlo, partecipando a incontri, laboratori, confronti e magari prendendo in mano qualche buon libro. Intanto suggerisco un piccolo esercizio alla portata di tutti.

Prendetevi un lasso di tempo e un foglio, dividetelo in due colonne. Sulla prima scrivete “I miei genitori: aspetti positivi e aspetti negativi”; sull’altra colonna scrivete “Io genitore: qualità che voglio trasmettere e difficoltà che penso di incontrare”. Siate pronti a sorprendervi. Successivamente, se volete, potete condividere con il/la vostro/a partner.

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