Dalla toga al palcoscenico per la giustizia

È un magistrato, ma anche un drammaturgo con un sogno nel cuore: rivoluzionare le coscienze e salvare il mondo con la bellezza. Gennaro Francione, nato a Torre del Greco, vive a Roma dove, come Consigliere di Corte di Cassazione, svolge oggi attività di scrittore, drammaturgo, artista e animatore socio-culturale. Sposato, due figli, un nipote, si batte in ogni sua attività «per la giustizia a misura d’uomo debole. Prima della giustizia dei giudici» sottolinea, «ci deve essere la giustizia sociale nell’equa distribuzione delle risorse assicurando a ogni individuo un minimo di esistenza dignitosa a livello fisico, spirituale, culturale». Lo muove il principio “finalmente realizzato” della fraternità «in forza del quale hanno senso concreto anche la Liberté e l’Egalité». Così lascia presto gli scanni del processo per abitare di significato le piazze degli ultimi.

Dalla magistratura al teatro
Un “artista nato”: a pochi mesi di vita, nella merceria dei genitori chiedeva con suoni e onomatopee carta e penna. Vince il concorso in magistratura. Diventa Pubblico Ministero, giudice istruttore a Monza. Poi funzionario amministrativo presso l’Istituto di Prevenzione e Pena di Roma. Infine giudice monocratico al tribunale, sempre a Roma. «Mi sono trovato a fare il giudice per destino e là, mentre esercitavo la giustizia, per non venir meno alla mia natura di artista ho continuato a scrivere opere in parallelo. Tra queste c’erano argomenti attinenti ai processi e alla giustizia». Infine la fuga per realizzare il suo sogno. «Sono andato in pensione giovane, a 57 anni, per fare solo il drammaturgo e continuare la mia battaglia per la giustizia giusta già intrapresa nella mia carriera». Nel campo giuridico ha fondato l'EUGIUS (Unione Europea dei Giudici Scrittori) e in campo penale il MOV.RIN.GIU (Movimento per il Neorinascimento della Giustizia) con cui progetta una giustizia fondata su cura, sanzioni e misure di sicurezza per la repressione dei reati con l'ausilio delle nuove tecnologie, della psicoterapeutica e grazie all'estensione del controllo dei devianti direttamente sul territorio.

La drammaturgia, la Compagnia, le piazze
La tragicommedia ‘A scigna (La scimmia), messa in scena questa estate splendidamente dalla “Compagnia d’o Ciuccio ca vola” per la regia di Francesco De Cicco, è un modello della sua attività teatrale. «L'opera è stata portata in giro in Italia e Svizzera e rappresentata a margine a convegni nel progetto di somministrazione controllata di eroina. Il tema dell’opera è proprio la droga, la scimmia che divora le nuove generazioni con famiglie spesso inconsapevoli e impotenti». A Roma è stata in scena quest’anno otto volte e ha vinto diversi premi al Festival del Teatro Forense al Golden di Roma. Un'opera di spessore che ha potuto essere rappresentata in ogni tipo di contesto, virando dal comico/grottesco al tragico per arrivare, infine, nel magnifico scenario stellato con luna piena dell'idroscalo di Roma, lo scorso giugno, all'apice della verosimiglianza con il dramma della realtà, per tornare a dirne verità, dignità e bellezza. In questi giorni Francione è alle prese con la scrittura della sua 378a opera, con rappresentazioni in Italia, Svizzera, Albania, pubblicate in libri e riviste, con all’attivo numerosi premi. «Come drammaturgo ho continuato la tradizione di Ugo Betti, anch’egli giudice, di cui sono stato definito il “naturale erede”». «Un processo è teatro e il teatro è un processo perché in due ore bisogna processare una situazione comica o drammatica per portare a una soluzione prima di tutto estetica, ma poi anche etica e di consapevolezza dell’animo umano. In questa chiave maieutica il teatro rappresenta la rivoluzione delle coscienze. Va portato ai giovani, agli emarginati, ai devianti, ai carcerati per dar loro con l’emozione la speranza di una vita nuova». «La Bellezza salverà il mondo» grida nell’opera di Francione La cella di Alessio (Dostoevskij incatenato), delinquente perché socialista, condannato alla Siberia e redento dal carcere del mondo attraverso l’arte. «La nostra Bellezza che crea catarsi ha un solo e preciso nome: “Teatro”. Nell’opera ’A scigna, allestita da detenuti di massima sicurezza di Rebibbia, il padre solleva il figlio morto per droga come un’ostia, lanciando un monito ai giovani. A compiere quel gesto sono detenuti forzuti, uno dei quali coinvolto in passato nel traffico di droga. Quando entrambi scoppiano in lacrime, il teatro si fa redenzione e promessa di rinascita». Il 5 marzo scorso Francione è stato insignito del titolo di Ambasciatore della Pace in una cerimonia presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati.

Laura Galimberti, giornalista