Lettere al Direttore

Chi desidera scrivere al direttore, mons. Antonio Barbierato, per avere un consiglio di carattere spirituale o semplicemente per chiedere preghiere, può usare la nostra email associazione@santodeimiracoli.org.


  • Nelle ultime vacanze che mi sono concesso ho potuto visitare l’abbazia di Maguzzano sul lago di Garda, a pochi passi dal luogo dove sorge l’ospedale di Desenzano. L’abbazia dal 1938 è retta dai figli di san Giovanni Calabria, il santo che nella Chiesa cattolica è il simbolo stesso della fede nella Provvidenza. Un ideale molto bello, ma non sempre facile da applicare e da vivere. A molti infatti le vicende della vita sembrano regolate in via quasi esclusiva dal caso, senza che vi sia uno spazio vero e proprio all’azione della Provvidenza. Anch’io, spesso, mi sono trovato a pormi il problema, specialmente nei confronti di fatti che giungono inaspettatamente a turbare la nostra quotidianità.

    L.B. (Brescia)

  • Molte volte mi sono chiesta quale sia stato veramente il peccato di Adamo. Si è trattato certamente di una disobbedienza, ma a  proposito di che cosa? L’episodio della mela, infatti, non rende da solo la gravità di una colpa che ha avuto cosí profonde conseguenze nella storia stessa dell’umanità.

    S.D. Cittadella (PD)

  • Negli ultimi anni (e decenni) si moltiplicano i messaggi che molte persone ritengono provenire direttamente dalla Madre di Dio, fino ad arrivare ad una affermazione che mi lascia a volte perplesso: «La Madonna ha detto». Anche perché tali messaggi sono molto spesso tutt’altro che una carezza materna.

    A.T. (Trento)

  • Nel volume Parla il Santo di Padova, a cura del francescano padre Giovanni Lauriola, ho trovato un passo tratto dai  Sermoni di sant’Antonio che sinceramente non mi aspettavo e che suona esattamente cosí, affrontando le problematiche della vecchiaia: «Alle sofferenze della malattia e alla dissoluzione del corpo si aggiungono le pene morali, e in particolare la paura dell’inferno». Ma allora potrebbe essere piú sereno chi manca di fede?

    P. G. (Milano)

  • Sono una cieca - dico cieca, perché non capisco per quale motivo sia meglio “non vedente” come oggi usa: è forse una indegnità, un delitto, un difetto dire “cieca”? - e siccome so che c’è quasi per tutti i gruppi di affine condizione di vita o di professione, vorrei sapere se c’è un patrono anche per noi ciechi.

    D.S. (Ravenna)

  • Leggendo le storie di mamme con figli handicappati ho ripensato a un ragazzo Down che vedevo sempre in chiesa durante le vacanze in montagna. Arrivava da solo, prima dell’inizio della funzione, e io non l’ho mai avvicinato a causa del mio carattere riservato. Ma ora sono davvero pentita di non averlo mai fatto. Tante persone, che vedono questi figlioli piú fragili in chiesa, spesso non sanno come accostarglisi e aspettano soltanto un cenno o un sorriso da parte dei genitori per farlo. Mi rendo conto della pochezza e della povertà delle mie parole, ma vorrei dare un po’ di speranza e far sentire a queste mamme che sono loro vicina con tutto il cuore.

    R.F. (Firenze)

  • Sono una figlia illegittima e fra poco compirò cinquantasei anni. Non ho mai conosciuto la mia vera madre, e questo mi ha procurato un’immensa tristezza. Ho passato la mia adolescenza e la mia giovinezza a rimpiangere di essere nata, tanto che ho votato (e me ne pento amaramente) a favore dell’aborto (maggio 1981). Adesso però sono felice e benedico le lacrime che ho versato, perché hanno “forgiato” la mia anima. La mia gioia ha avuto inizio quando ho deciso di “regalare” la mia vita al Signore: non mi sono fatta suora, semplicemente mi sono convinta che, se proprio mi aveva voluta in questo mondo, valeva la pena vivere per lui. Da allora ha esaudito ogni mio desiderio, mi ha dato una famiglia tenerissima e non mi ha fatto mai mancare il suo aiuto. Ho sempre amato mia madre, ma adesso le sono particolarmente grata per avermi messa al mondo.

    F.Q. (Genova)

  • «Sei nata a mezzogiorno e mezzo di un mercoledí, senza farmi soffrire troppo ed io,vedendoti cosí piccola e bella, piansi dalla gioia. La tua sofferenza incominciò ad otto anni e, quando la scuola e la società ti rifiutarono, imparai ad essere sorridente e gentile con tutti perché qualcuno ti facesse una carezza. E tu, sebbene messa da parte come un cagnolino, eri sempre paziente, buona e “felice”, mentre io morivo di dolore e cercavo di “compensarti” con le mie carezze. Tante volte, guardandoti, pregavo: Signore, tu dài e tu togli, riprenditi ora la sua inutile vita. Perdonami, figlia mia, per quelle preghiere insensate. «Quando venne l’età della Prima Comunione ero indecisa se fartela fare o no, ma tu con tanta dolcezza mi facesti capire che eri felice cosí e, soltanto allora, compresi quanto fosse grande il buon Dio e mi resi conto che tu eri una figlia come gli altri, “solo” con problemi diversi. «Tu mi insegnasti l’umiltà e il coraggio e, quando la gente iniziò ad accorgersi dite e di quelli come te, io cominciai a combattere e tuttora combatto perché siate accettati. «Quando le altri madri sognavano per i loro figli il successo a scuola e poi nel lavoro, io mi accontentavo dei tuoi piccolissimi progressi. Tu mi insegnasti a desiderare per i figli non la ricchezza né il successo, ma la felicità. E, per te, ho incominciato prima a sopravvivere e poi, sia pure in tono minore, a vivere. «Adesso, piccola mia, tu sei la mia vita e se ricevo una carezza e un abbraccio che mi fanno ricordare che il bisogno di tenerezza non ha età, lo devo soltanto a te».

    Lettera firmata

  • Ricevo da Napoli, a firma di R.P., questo scritto struggente, accompagnato da una breve nota che dice: «In questo tempo, tantissimi padri e madri di famiglia giovani, quarantenni come me, vengono lasciati a casa senza lavoro, e ciò è causa di profonda crisi che si riversa in famiglia. Sono uno dei tanti. Però questa lettera di mia figlia diciassettenne mi ha guarito dalla depressione. Ritengo possa fare del bene anche ad altri e quindi lo esorto a pubblicarla».

    R.P. (Napoli)

  • Sono un’insegnante e ho avuto, quando ero giovane,un forte esaurimento nervoso. Guarita, mi è rimasta però una sensibilità troppo acuta, per cui ho sempre piú o meno sofferto, anche se qualche avversità della vita sono riuscita a superarla. Ora mia madre sta lottando con la morte, colpita dal morbo di Alzheimer; io (e con me tutta la mia famiglia)sto di nuovo soffrendo tanto e mi domando come riuscirò a superare questa prova. Se Dio mi ama, perché mi ha mandato questa disgrazia? Ed è poi vero che mi ama e che, in qualche modo, mi aiuterà?

    T.B. (Vercelli)