«Sei nata a mezzogiorno e mezzo di un mercoledí, senza farmi soffrire troppo ed io,vedendoti cosí piccola e bella, piansi dalla gioia. La tua sofferenza incominciò ad otto anni e, quando la scuola e la società ti rifiutarono, imparai ad essere sorridente e gentile con tutti perché qualcuno ti facesse una carezza. E tu, sebbene messa da parte come un cagnolino, eri sempre paziente, buona e “felice”, mentre io morivo di dolore e cercavo di “compensarti” con le mie carezze. Tante volte, guardandoti, pregavo: Signore, tu dài e tu togli, riprenditi ora la sua inutile vita. Perdonami, figlia mia, per quelle preghiere insensate. «Quando venne l’età della Prima Comunione ero indecisa se fartela fare o no, ma tu con tanta dolcezza mi facesti capire che eri felice cosí e, soltanto allora, compresi quanto fosse grande il buon Dio e mi resi conto che tu eri una figlia come gli altri, “solo” con problemi diversi. «Tu mi insegnasti l’umiltà e il coraggio e, quando la gente iniziò ad accorgersi dite e di quelli come te, io cominciai a combattere e tuttora combatto perché siate accettati. «Quando le altri madri sognavano per i loro figli il successo a scuola e poi nel lavoro, io mi accontentavo dei tuoi piccolissimi progressi. Tu mi insegnasti a desiderare per i figli non la ricchezza né il successo, ma la felicità. E, per te, ho incominciato prima a sopravvivere e poi, sia pure in tono minore, a vivere. «Adesso, piccola mia, tu sei la mia vita e se ricevo una carezza e un abbraccio che mi fanno ricordare che il bisogno di tenerezza non ha età, lo devo soltanto a te».
Lettera firmata