Un raggio di fede
Il poeta trevigiano, Andrea Zanzotto da poco scomparso, nelle sue opere sembra non allontanarsi mai dalla consapevolezza dei nostri limiti e dal considerare le nostre stesse persone quali “specchi su inesistenze”.
di Ivano Cavallaro
Qualche critico letterario lo ha definito “selvatico”, per quel suo restare ancorato e quasi abbarbicato alla relativamente piccola Pieve di Soligo, cittadina quasi invisibile della provincia di Treviso e sua
affezionatissima residenza: da dove si è negato con pervicace tenacia a premi e salotti letterari.
Usando una immagine invece cara al teologo padovano mons. Luigi Sartori, potremmo dire che Andrea Zanzotto (e la sua vita come la sua letteratura) si identifica in un punto: piccolissimo finche si vuole, ma aperto a tutte le direzioni e all’universo intero, molto più di un qualsiasi, per quanto esteso, disegno geometrico. Da quel minuscolo punto di osservazione Andrea Zanzotto ha capito, colto e studiato, come in vitro, il mondo intero.
