“Ricognizione"

«Se ci fu a Padova una salma che venne vigilata con estrema cura, quasi con gelosa custodia, giorno e notte, questa è sicuramente la salma di sant’Antonio». Cosí scriveva mons. Claudio Bellinati nella conclusione di un articolo per la “Ricognizione del corpo di S. Antonio” (Padova 1981, p. 91), dopo essere stato chiamato dai Padri della Basilica del Santo per l’analisi dei sigilli ritrovati nella sera del 6 gennaio 1981 sull’urna di abete, che racchiude le spoglie mortali del Santo (foto in alto). Oggi mons. Bellinati, già presidente della Commissione per l’Arte Sacra della Diocesi di Padova, è piú che mai convinto che dal 1263, data della prima ricognizione della salma alla presenza di san Bonaventura, fino al 1981, nessuna reliquia è stata mai sottratta da quell’urna. Non solo la lingua, ma anche il mento del Santo furono estratti in quel 1263, che conobbe la solenne sistemazione delle spoglie in un’urna marmo rea, oggi all’altare del beato Luca Belludi.
Ma veniamo alla interessante vicenda dei due sigilli, che per secoli hanno garantito l’autenticità della salma di sant’Antonio.
l) Il primo sigillo dell’urna lignea di sant’Antonio è del Comune di Padova
Diciamo subito che due erano le urne lignee a custodia della salma di sant’Antonio. Quella grande, di abete scuro e di fattura piuttosto rustica (quasi a rivelare la fretta di quei primi giorni, dopo la morte del Santo, 13 giugno 1231) e un’altra piú piccola, di abete bianco, nella quale vennero racchiuse le sue spoglie mortali, in una casula rossa. Ambedue sono visibili nella Cappella del Tesoro.
Il primo sigillo (che chiudeva l’urna piú piccola) si presenta in gran parte intatto. Di ceralacca, in forma circolare, del diametro di mm 58 x 60, reca tre torri, con bertesca, finestre e merli guelfi, emergenti da una cerchia di mura medievali. Anche la porta presenta una merlatura guelfa. I conci, bene squadrati, sono di due tipi. A sinistra della centrale si delinea una porta piú piccola. Tutto attorno una scritta, in versi leonini, che dice cosí: Muson, mons, Alex, mare / certos dant mihi flnes. L’autore del sigillo personifica il Comune di Padova e gli fa dire quali sono i suoi confini, con questa espressione: il corso d’acqua Musone, i Colli Euganei, l’Adige e il mare sono i veri miei confini.
La porta, raffigurata, è senz’altro quella di Monte Molino: una delle arterie piú importanti di Padova in età medievale. Lunghe ricerche di archivio hanno permesso di concludere che tale sigillo, abbandonato soltanto nei primi decenni del Trecento per assumerne uno di nuovo (attualmente ripristinato), era adoperato sicuramente prima della metà del Duecento. Era dunque servito ad autenticare l’urna, che conteneva le sacre spoglie del piú popolare fra i santi padovani, chiamato per antonomasia il Santo.
Soltanto ci possiamo chiedere come mai, accanto a un sigillo dell’autorità ecclesiastica (oggi perduto, ma sicuramente esistente per prassi consueta) ci fosse sull’urna del Santo un sigillo del Comune di Padova. Chi conosce la vita di sant’Antonio e quella dei Frati del suo convento in Padova, sa con certezza (perché ampiamente documentata) quanto il Comune di Padova, per mezzo dei suoi rappresentanti, stimasse l’opera dei Francescani e quanto si sia sempre adoperato per venire incontro alle loro necessità. Fra i suoi meriti dobbiamo ascrivere anche un cospicuo contributo per la costruzione della basilica stessa del Santo; tanto che - impropriamente - nel sec. XVII qualcuno ne affermava la proprietà da parte del Comune padovano. Possiamo invece attestare che l’emblema del Comune di Padova è divenuto l’emblema del Santo e della sua basilica, cosí che ancor oggi lo possiamo vedere effigiato nelle opere murarie e perfino nelle pubblicazioni.
